BRAINstorm è la sfida accademica, organizzata in collaborazione con i quattro atenei della Regione Piemonte (Università di Torino, Politecnico di Torino, Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Università del Piemonte Orientale) e con il contributo della Camera di Commercio di Torino , che si svolgerà in concomitanza con le competizioni sportive dei Giochi Mondiali Universitari invernali di Torino 2025.
Per iscriversi (a questo link: https://wugtorino2025.com/special-project/brainstorm/) c’è tempo fino al 30 novembre e, giorno dopo giorno, illustreremo tutte le 9 discipline a cui potrete partecipare.
In questa ottava intervista, realizzata con il professore Michele Fino (Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo), illustriamo la sfida legata al tema del Cibo per il futuro.
Ci può descrivere questa sfida?
«Negli ultimi 30 anni, il cibo ha guadagnato uno spazio molto rilevante nella nostra società, prima era una questione per dietisti e nutrizionisti ed essenzialmente una questione medica, adesso è diventato un tema principale delle discussioni accademiche. Tutto quello che viene prodotto, venduto e consumato occupa un ruolo fondamentale nella nostra società, perché la cultura alimentare caratterizza le diverse popolazioni del pianeta. In questa challenge, chiediamo di passare dal pensiero del cibo del futuro al cibo per il futuro, ovvero cibo che sia in grado di rispondere alle sfide globali, dall’ambientale alla sostenibilità sociale ed economica.
Come prevedi le diete del futuro?
«Gli strumenti moderni hanno potuto contribuire a nuovi strumenti per rispondere al tema del problema della fame, ciò che viene dalla tradizione può essere qualcosa che è stato conservato come residuale ma oggi è diventato centrale, pensiamo ad esempio all’amaranto e alla quinoa. Oggi noi consideriamo centrali nelle nostre diete i derivati dagli animali, quindi carni, latte, uova e molto ragionevolmente non potranno rimanerlo in futuro, se non in quantità riviste, dunque, il futuro non è per forza fatto di pilloline e polveri liofilizzate».
In quali altre università si tratta questo tema?
«Al momento, in Italia ci sono 18 corsi di laurea in Scienze Gastronomiche erogati da università che formalmente non hanno un dipartimento dedicato, abbastanza sparse sul nostro territorio, tra cui Udine, Parma, Padova, Roma, Napoli. Questo fa sì che ci siano corsi fondati da facoltà di agraria e altri da facoltà più legate alle tecnologie alimentari o biotecnologie e quindi corsi basati su basi differenti. Per quanto riguarda l’estero, invece, ci sono gli Stati Uniti, con la Stanford e la Georgetown, e la Germania come forti punti di riferimento. Spostandoci poi in Europa, pensiamo al più grande ateneo del Vecchio Continente: l’Università di Wageningen in Olanda».

